Il cane di vetro

Il cane di vetro

Quel giorno l’uomosolouomo si svegliò un minuto prima del solito, evitando di far suonare la sveglia tutti.
Il letto si ritirò dentro alla parete e tutti i suoi burattini giapponesi, dopo averlo lavato e stirato, lo sputarono fuori casa un minuto prima del solito. Entrò dentro a una brioches e una volta indossata anche la fodera di pasta frolla si tuffò nel caffè, sempre un minuto prima del solito. Quando venne a galla per pagare il rito, si ritrovò il sorriso di Only Barman che gli disse: «Ehi, ma sei arrivato un minuto prima oggi, come mai?»
.

«Non lo so, ma è bello il mondo un minuto prima, quasi quasi domani faccio di nuovo così». Finita la frase si girò per uscire e sbatté contro sé stesso.


«Ah, ci sei anche tu, ti assicuro che un minuto prima è molto meglio di adesso» si disse, e uscì del tutto.
Sé stesso del minuto dopo si avvicinò al bancone per tuffarsi con il suo scafandro di pasta brisée nel caffè.
«Lo vuoi doppio?» scherzò Only Barman girato verso la macchina tutta corteggiata di tazzine calde.
«Dai che ho fretta, che se mi passo davanti non so cosa dire al capo, sbrigati!»


L’uomosolouomo era già arrivato al deposito, salutato i colleghi e acceso il grosso mezzo arancione ancora senza identità.


«Che giro mi hanno dato oggi?»

«Hai il 15, ma sei in anticipo, di un minuto».


«Lo so, infatti mi sto aspettando, parto in orario, tranquillo».
Esattamente un minuto dopo, l’uomosolouomo arrivò al deposito, salutò i colleghi.


«Alt, cosa fai, sei scemo?
Stai con me oggi, cretino, se mi vieni dietro con un altro tram finisce che ci scontriamo come al bar, anzi mi tamponi come uno scemo.
Scemo».
I due minuti si affiancarono e il tram partì.
Il primo giro è sempre come la prima volta, tutta la città dorme e i binari sembrano appena fatti, freschi freschi.
 Sgrang e Sgrang delle ruote discutevano sulla direzione mente l’uomosolouomo rompeva il ghiaccio con sé stesso, ricordandosi a vicenda quando andarono al mare per la prima volta.


«Io sono arrivato poco dopo di te».


«Ma cosa dici, se non era per me tu non ci entravi neanche nell’acqua, tu sei uno di quelli che non fa mai niente per primo, aspetti sempre che la gente si preoccupi per te»

«Ma se io sono te! Cosa dici? La gente? Se sei tu che fai una cosa prima di me, allora sono io che la faccio, come te, o no?
».

«Sì, ma mai per primo».

Il tram grangheggiava libero per la città senza incontrare nessuno alle fermate.
 A un certo punto, proprio un punto preciso, anzi quel punto lì, un signore anziano si buttò sotto al tram.

«E adesso?».

«E adesso?»

«Prima, vorrai dire!?».


«No! Adesso! Quello si è buttato sotto. E’ morto».

«E allora frena che controlliamo!».

Il tram si fermò, a singhiozzo, quasi duecento metri prima di un bosco.

«Io quì non sono mai passato, ma dove siamo?».«Senti andiamo prima a vedere se quello è morto».
«Dai».

«Dai».
Lui scese dal tram per due volte e si avvicinarono al cadavere.


«È morto».

«No!».

«Come no».

«No, guarda, è solo spezzato, ma sta bene».«Signore, come si sente?
».

«Bene, grazie, ma datemi una mano a mettermi un piedi» disse la parte A del signore anziano.
I due sé stessi lo tirarono forte per scollarlo da terra e da solo poi si ricompattò.


«Vi va bene che ho lavorato alla T.A.I.F. trent’anni, sennò col piffero che sarei capace di rimettermi insieme così facilmente, ma voi dove stavate guardando?».

«Mah… Lei si è buttato sotto all’improvviso, non sono riuscito a frenare, io».

«E lei?» chiese il vecchietto all’uomosolouomo un minuto più tardi «lei si è alzato tardi oggi, eh?
».

I due annuirono quasi un minuto più tardi.


«Lei quindi sta bene?».

«Sì sì, è che adesso rimettere in sesto Boemia sarà un bel rompicapo».

«Cioè? » chiese uno dei due io.


«Il mio cane, Boemia, guardate è in mille cocci, tutte le volte divento matto per trovare tutti i pezzi».
I cristalli erano sparpagliati sui binari, mille piccolissimi pezzi di cane.


«E come si fa?» chiese l’uomosolouomo guardando sé stesso.


«Mah, intanto aiutatemi a raccoglierlo, tutto quello che trovate va bene poi vediamo» rispose il vecchio.
«Ma è morto?
».

«Ma va’, non sentite che scodinzola? Tutte le parti che si muovono e tintinnano sono la coda, poi là c’è il naso, che disastro, tutte le volte ho un po’ di cane in meno» disse il vecchietto tirando fuori un sacchetto di nylon dalla tasca.
Finita la raccolta, salirono di corsa sul 15, il sole si era fatto vivo ma il bosco rimaneva un mistero.


«Ma lei sa dove siamo?» chiese l’uomosolouomo, puntuale.

«Corso Bel Paese, perché?
».

«Perché non me la ricordo affatto così, e poi non c’è nessuno, siamo stati fermi tanto e nessun tram ci ha raggiunti, questa è una cosa strana».

«Beh, guardi io abito qua da tanto tempo e le assicuro che questo bosco c’è sempre stato».

«Allora andiamo avanti e vediamo dove ci porta».
Il bosco era un tunnel verde, gli alberi formavano una galleria cinguettante con liane e muschio a moquette segnata delle rotaie che proseguivano regolari all’interno.
Non si vedeva la fine e i tre personaggi erano con il naso in avanti, puntato in là e oltre c’era il bosco, nient’altro.
Il cane nella busta di nylon mugolava, forse stanco di essere briciole di vetro.


«Shhh! Buono, Boemia, stai buono che adesso ti metto a posto».


«Woof» disse il cane.


«Il cane ha fatto Woof ?» chiese l’uomosolouomo.


«Sì perché?
».

«Niente, di solito abbaiano, i cani, lui ha detto Woof».

«Non si preoccupi, è un cane intelligente».

Finalmente si presentò un qualcosa, simile a una dogana, con un cancello che sbarrava il passaggio.
Le rotaie continuavano dritte ma loro dovettero fermarsi.
Al lato destro del cancello c’era un gabbiotto, con dentro un omino baffuto appisolato su di una sedia.


Non appena il tram si fermò, sgrangando un po’, l’omino baffuto si svegliò di soprassalto e si scaraventò fuori.
«Buongiorno, parola del giorno?».

«Che?
».

«Non ce l’ha?».

«Cosa?».

«La parola di passaggio». 
L’uomosolouomo, guardò sé stesso e il vecchio come per cercare l’ispirazione.


«Bentornato!» gridò il vecchietto.

«La parola di oggi è “Bentornato”!».
L’omino fece una smorfia greca.

«No no, non è quella la parola, no no».


«Come no!? È proprio quella invece, controlli! Controlli!».


«No, le dico che la parola di oggi non è quella».


«E qual è secondo lei?».

«Borotalco!» disse fiero l’omino in divisa verde «Borotalco! Ne sono sicuro!
».

Ci fu un secondo di silenzio, poi Boemia fece Woof.
Quindi signori, se non avete la parola di passaggio non potete passare, si torna indietro.


«Ma come si fa?» disse il tranviere in anticipo.


«La parola di passaggio, lei la sa? Senza di quella non si va avanti».

«Dove prosegue la via?» chiese di nuovo il vecchietto.


«Da qui si arriva a Oggi, tutta questa parte di qua è zona di Ieri, sopra la collina c’è Domani e qui siamo ad Adesso, allora signori, non ho tempo da perdere, la sapete la parola o no?
».

«Borotalco!».

«Bene!» l’omino baffuto picchiò i tacchi in modo militaresco e con una manovella ben oliata aprì il cancello, pigramente.
«Signori, un attimo che controllo le guarnizioni».

«Per cosa?» chiese l’uomosolouomo.


«Per l’oP, se non avete le guarnizioni in buono stato, entra l’acqua, signori, insomma!».

Fece tutto il giro, toccando con le dita i bordi dei finestrini del tram, ci mise il tempo giusto perché Boemia tornasse tutto cane. Il tram ripartì, piano, per continuare la corsa e seguire i binari che, dritti, si tuffavano nel fiume oP, per poi spuntare, senza più fermate intermedie, a Oggi, un posto meraviglioso.

Quella domenica cambiammo idea
TRASLOCHI / Racconto